sabato 16 agosto 2014

Quando ti prende un colpo... di fulmine

796 anime, aveva letto su Wikipedia. Chissà se il conteggio era stato già aggiornato con l’uomo di cui stava scolpendo il nome. Si era portato dietro anche un manuale illustrato, non per consultarlo, soltanto per sentirsi più al sicuro. Che lavoro del cazzo, onestamente, dai. Aveva studiato all’Istituto d’Arte perché gli piaceva creare dal nulla delle sue idee. Aveva iniziato con l’argilla, poi aveva modellato il rame e aveva finito per appassionarsi al marmo. Era diventata quasi un’ossessione. Chi se lo sarebbe mai immaginato che quell’ossessione lo avrebbe condotto dritto dentro la tomba. Ovviamente solo in senso figurato, sperava. Era la seconda volta che faceva quel genere di lavoro: piegarsi sulla lapide e imprimere il nome di una persona che non era più tra i vivi. Non gli dispiaceva, comunque, lavorare nei cimiteri, soprattutto quando riempivano prati come quello, leggermente in pendenza, a corredo di una chiesa, come ne aveva visti prima solo nei film inglesi (o forse americani, non aveva mai capito la differenza). Quel pacifico silenzio gli rendeva semplice seguire il ritmo dello scalpello, lasciandogli lo spazio per pensare a tutte le storie lì dentro, seppellite insieme ai corpi, coronate di fiori. Lui poteva solo immaginarle e affiancare, nella sua mente, un busto di marmo a ognuno dei defunti. Sarebbero stati busti bellissimi, con il marmo che avrebbe scintillato al sole, come fosse sabbia fine, che avrebbe lasciato scivolare la pioggia e accolto la polvere.
L’intensità di questi pensieri non lo distoglieva dal lavoro. Lavorava sodo, come si usava dire, e faceva un gran lavoro. Fine, senza sbavature.

Dal lavoro lo distolse, a un certo punto, una voce vivissima, di donna. Lo aveva salutato. In piedi, oltre il recinto del piccolo camposanto, vestiva di rosso e portava al collo una macchina fotografica. Sorrideva, ma senza stridere con il luogo (che poi, chi lo dice che il cimitero deve per forza essere un posto triste? Non è un po’ come un’enorme libreria? Volumi e volumi di vite da celebrare, di opere buone compiute, di altre vite create). Lei mosse la mano come i bambini per fare ciao ciao. Lui la vide, ne rimase impressionato. Non riuscì a fare ciao ciao con la mano a sua volta. Gli attrezzi gli sembrò che, improvvisamente, acquisissero peso. Gli parve, anche, che piovesse, perché la pelle iniziò a pizzicargli come punta da miriadi di sottili gocce d’acqua che lo fecero rabbrividire ma, quando volse il viso al cielo, il sole era alto e limpido. Non rispose al saluto. Credette di farle un sorriso e lei come tale lo visse, ma era più un ghigno. Lei sollevò la reflex, se la portò davanti al viso, lo nascose, scattò, la riabbassò, sorrise un’altra volta scatenando un altro finto temporale su di lui, rifece ciao con la mano destra e lo lasciò lì, muto come una tomba.

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