venerdì 30 marzo 2012

Una tradizione siculo-pakistana? Revival


Era l’11 luglio 2007 quando, durante un convegno su Islam e integrazione, Giuliano Amato, espresse la sua opinione sulle violenze nei confronti delle donne: "Nessun Dio autorizza un uomo a picchiare la donna. E' una tradizione siculo - pakistana che vuole far credere il contrario".

Perché ritiro fuori questa vecchia storia proprio adesso? Perché oggi ho appreso che il programma “Amore Criminale” – in onda il sabato su Rai3 e condotto da Luisa Ranieri – tratterà in una puntata di un assassinio avvenuto nella mia città d’origine proprio ai danni di una donna. Ho ripensato a questo post e ho deciso di ripresentarlo. Ecco cosa scrivevo sull’argomento ormai cinque anni fa.

Probabilmente, Amato voleva sottolineare che in Sicilia, fino a qualche tempo fa (ancora nel 1981 esisteva il delitto d’onore in tutta Italia) si facevano gli stessi errori che adesso sono imputati alla cultura islamica. Poche frasi furono più infelici di questa. Io sono siciliana e non sono mai stata picchiata e devo dire che, fortunatamente, mi sono trovata davvero pochissime volte di fronte a casi di violenza sulle donne. Però, è vero che picchiare le donne, massacrarle (magari com’è successo nel caso di Hina, la ragazza pakistana che viveva a Brescia) non è una prerogativa solo “straniera”. Il Rapporto annuale del Viminale sulla Criminalità, infatti, ha riportato che quasi sette milioni di donne tra i sedici e i settanta anni hanno subito una violenza fisica o sessuale nel corso della loro vita. Nel 62,4% dei casi il partner è l’aguzzino. Le violenze che si subiscono in casa non hanno colore, né razza, né lingua. Spesso gli uomini credono che quello degli schiaffi sia un linguaggio universale. Basti pensare alle frasi di Muschen, il contadino concorrente di “Un due, tre, stalla!” che si permise di dire che le donne infedeli andrebbero lapidate e non fu nemmeno escluso dal programma, ma anzi portato in finale.
Le donne spesso sbagliano. L’errore più grande lo commettono, però, quando sottovalutano segni di violente intemperanze nei caratteri degli uomini che le circondano. Molte non parlano, non denunciano: un po’ per i figli, se ci sono, un po’ per la vergogna, un po’ per la segreta speranza che non lo farà più. Su Vanity Fair ultimamente sono state pubblicate alcune lettere di donne maltrattate e nel numero scorso, un articolo ha permesso di conoscere questa realtà: http://www.cadmi.org/index.asp, una casa d’accoglienza per donne vittime di maltrattamenti, dove si può ricominciare a vivere cercando di dimenticare i lividi del corpo. Molte di queste donne denunciano anche l’indifferenza delle forze dell’ordine, che soprattutto nel passato le invitavano a ripensarci, quando si presentavano per una denuncia nei confronti del marito. Uomini che ne hanno coperti altri. Così come ci sono anche donne che coprono le violenze, che fanno finta di non vederle.
Su Grazia di questa settimana, uscito ieri nelle edicole, a pagina venti c’è la foto di una ragazza indiana 22enne in mutande e reggiseno, che gira per strada con una mazza da baseball in mano. Niente di sexy. Nessuna pubblicità di lingerie. Solo una ragazza che protesta contro le violenze che giornalmente subisce da parte del marito e dei suoceri, per aver portato una dote troppo misera (da quaranta anni la dote in India è illegale), e contro le forze dell’ordine, che non le hanno mai creduto. Forse adesso finirà in prigione. Non il marito, bensì lei: per essersi comportata indecentemente.

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