domenica 18 marzo 2012

Un alieno a Vanity Fair - Pseudorecensione


Col senno di poi, questo libro non l’avrei comprato. L’autore, e protagonista del libro, mi è stato così antipatico che avergli recato un beneficio con l’acquisto di una copia di “Un alieno a Vanity Fair” (da cui è stato tratto il film “Star System. Se non ci sei non esisti”) mi urta profondamente.
Il libro è la vera storia di Toby Young (con poche edulcorazioni, scrive lui alla fine), inglese, di buona famiglia, giornalista, che decide di andare a New York per ricavarsi un angolo di notorietà. Sarà assunto a Vanity Fair, che non farà che denigrare. Non riuscirà mai a seguire le regole del “gioco”, troppo preso dalla voglia di fare lo spavaldo, oltre che quello con la battuta e l’idea geniale sempre pronte e che farà colpo sul divo di turno. Mentre le battute e le idee sembreranno irresistibili solo nella sua mente, l’invidia - persino nei confronti degli amici - lo divorerà quasi vivo, così come il vizio di bere e, anche, in alcuni casi, di drogarsi.  
Verso la fine del libro, tenta il riscatto: sia con il lettore sia con la donna che ama. Prova a farci intendere che ha capito la lezione, è migliorato, che merita anche lui un po' di notorietà, ma c’è sempre un fondo di antipatia, doppiogiochismo, egoismo che me l’ha reso odioso sino alla fine.
Cosa salvo? I tanti aneddoti interessanti sulla vita di redazione e una sorta di indicazione che viene fuori, ma in maniera non consapevole, su come non bisogna mai comportarsi nella vita.

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