sabato 18 febbraio 2012

Storia della mia gente - Pseudorecensione

Era da un po' che, nella mia lunghissima lista di libri da leggere, c'era "Storia della mia gente" di Edoardo Nesi, definito da Antonio Pennacchi "sublime canto, sia epico che lirico, dell'industria e del lavoro umano" e da Sandro Veronesi "uno di quei cazzotti che ogni tanto la letteratura sferra al mondo". 
Poi, finalmente, mio papà me l'ha regalato e, avendolo letto lui per primo, me l'aveva consegnato con qualche remora: in realtà, così tanto non gli era piaciuto. Io, invece, l'ho amato molto.
Innanzitutto, mi piace lo stile di Nesi, che mi spinge a pensare di dover leggere altro di questo scrittore. In seconda battuta, ho gradito una storia che romanzo non era: era dapprima un mormorio, poi un bofonchiare il dissenso a denti stretti finché non è diventato quasi un urlo, un "non ci sto" che valicava le pagine per arrivarti addosso, per spingerti a scuoterti. Alcune pagine sono anche un po' strane da leggersi adesso, soprattutto quelle in cui parla di Monti, quando ancora non era alla guida di questo paese sperso. Ma il risultato non cambia: la storia breve della gente di Prato, del distretto tessile tra i più importanti d'Italia, e - per riflesso - di tutte le genti d'Italia, di tutti i poli industriali, è un racconto che volge al termine. Si chiudono le porte, si vendono i capannoni, si cedono le licenze e i marchi. E, dietro di ognuna, ci sono uomini e famiglie, saghe, sacrifici, anni di lavoro umano, di attenzione ai dettagli, di creatività anche. Tutto spazzato via in nome della globalizzazione.
Penso che non ci sia fiction in questo libro, che sia stato scritto senza filtro, come un bisogno. E, d'altronde, cosa sarebbe uno scrittore se non sentisse il bisogno di riempire il bianco? 

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