lunedì 20 febbraio 2012

Gocce su Dino Baggio - La mia pseudocensione

Lo dico in anticipo: l’obiettività, quando si parla di Dino Baggio, non mi appartiene. Quindi, se vi aspettate una recensione prima di emotività, potete anche uscire da questa pagina. Io non ho altro che emozioni per spiegarvi “Gocce su Dino Baggio”, il libro che l’ex calciatore della Nazionale (e del Toro, della Juve, dell’Inter, del Parma, della Lazio, dei Blackburn Rovers, dell’Ancona) ha scritto con Marco Aluigi, edizioni Ciesse.
Il libro racconta la sua vita da calciatore e da campione, con luci (la prima convocazione in nazionale, il mondiale americano con la sciagurata finale a Pasadena, le coppe vinte con il Parma) e ombre (il gesto – indice e pollice che sfregano a indicare i soldi che l’arbitro di Parma-Juve avrebbe ricevuto dai bianconeri, prima vera denuncia su Calciopoli - che lo portò all’estromissione dalla Nazionale, i rapporti non buoni con Lotito, Giraudo e Moggi, l’ombra della cupola su di lui e la sua vita). Lo fa con un linguaggio semplice, perché il target principale di questo libro sono i ragazzi: quelli che vogliono ancora giocare a calcio e devono sapere come stanno veramente le cose, da chi si devono difendere. Quelli che è giusto conoscano alcuni aneddoti interessanti, perché il calcio non è solo un lavoro, è anche vita e i tuoi compagni, il mister, sono persone importanti per la crescita e la maturazione di ciascuno.
Gli aneddoti, i racconti degli spogliatoi sono stati piacevolissime novità da leggere anche per me, che pure di lui ho sempre cercato di sapere tutto. Leggo, per esempio, delle manie di Malesani, che non voleva che i ragazzi accendessero la radio negli spogliatoi e mi viene subito in mente lo spogliatoio dell’Inter di venerdì sera, prima della partita tremenda contro il Bologna, dove il mio capitano ha dovuto chiamare Yuto Nagatomo a ripetizione, prima che Maicon gli dicesse “ti chiama”: il giapponese non aveva, infatti, sentito nulla, avendo le cuffie dell’i-pod alle orecchie ed essendosi completamente estraniato.
Per tornare all’oggetto di questo post, se mai avessi avuto un solo dubbio su che persona meravigliosa è Dino Baggio, questo libro li avrebbe fugati. C’è dentro tutto il campione, tutto l’uomo, il marito, il padre, il figlio, il calciatore, il professionista con una passione immensa e con la voglia di non infangare il lavoro/gioco che ha amato e l’ha reso grande, ma di spiegarlo affinché si possa tornare alle origini. Di raccontarlo anche facendosi prestare le parole, per esempio quelle di Umberto Saba:
Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla- unita ebbrezza - per trabocchi
nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.

Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere
- l’altro - è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa - egli dice - anch’io son parte.
Molta gente dovrebbe chiedergli scusa per averlo costretto faccia a terra come il portiere di Saba, troppa non lo farà. Ma poi io mi chiedo: a questo punto, che importanza ha? Non si torna indietro, non si restituiscono momenti belli distrutti senza un motivo. Quindi, forse va bene così. Lui sarà sempre un signore e gli altri… beh…
Tempo fa, per l’esattezza il 22 febbraio del 2008, avevo scritto un post sul mio vecchio blog dal titolo “Dino Baggio e il gioco del calcio”. Lo voglio ripresentare qui per due motivi: servirà a darvi un’idea del perché mi è mancata l’obiettività nel recensire questo libro ed è una sorta di riassunto di quel che Dino ha raccontato con Marco Aluigi.

23 Giugno 1994. Italia – Norvegia, Mondiali di calcio negli Stati Uniti. Gianluca Pagliuca, allora primo portiere della Nazionale, esce imprudentemente dall’area e afferra la sfera con le mani. Espulso. Fa un caldo pazzesco, è mezzogiorno circa. Sacchi, CT dell’epoca, pare risentire di un colpo di sole ed effettua il cambio: Marchegiani per Roberto Baggio. In mondovisione leggiamo il labiale di Roberto: “Questo è impazzito”. Però, a un certo punto, mentre me ne sto seduta da sola sulla sedia del soggiorno - ho quasi dodici anni e fa caldo anche in Sicilia, ma almeno sono le 20 - l’Italia segna. A svettare su tutti e mettere in rete di testa è un ragazzo con la maglia numero 13, il mio numero fortunato. A me sembra anche parecchio bello. Chiamo papà e gli chiedo se sa chi è. Mio papà dice di no e poi Sacchi non lo sopporta, seguirà le partite dagli ottavi. Scopro solo continuando a guardare la tv come si chiama il ragazzo col numero tredici: Dino Baggio. 
Non è parente di Roberto. Fa il centrocampista e ha giocato anche nell’Inter e io me lo sono perso. L’ha comprato la Juve, che da Settembre lo cederà al Parma. Da lì a un mese compirà ventitré anni. Da quel momento lì non smetto di seguirlo, ho anche dei poster ancora appesi nella mia camera in Sicilia in cui ha la maglia della Juve addosso (quindi pensate quanto amore, per sopportare una maglia bianconera a bordo del letto). Nel Parma rimane moltissimo, 6 anni. Non si infortuna mai seriamente, ma in una partita di Coppa rischia di farsi veramente male quando i tifosi avversari gli lanciano un coltellino. A un certo punto succede una cosa, però. In una partita contro la Juve, Dino è espulso. Sono gli anni del Parma secondo in classifica, del Parma che avrebbe potuto anche vincere lo scudetto se la Juve non avesse deciso di truccare i giochi (vi ricordate, per esempio, un gol di testa di Cannavaro proprio alla Juve annullato, non si sa bene per quale motivo?). Così, quando Dino è espulso, commette una brutta azione nei confronti dell’arbitro: sputa per terra e mima il gesto dei soldi sfregando pollice e indice. Ti hanno comprato, questo è quello che vuole dire. 6 giornate di squalifica è quello che rispondono dall’alto. 200 milioni di multa è ciò che gli infligge la società. Due turni di squalifica anche dalla Nazionale.
Circa 5 anni dopo, avrebbero dato del bugiardo anche a Figo, che disse di aver visto entrare Moggi nello spogliatoio degli arbitri a San Siro. Perché tutti sapevano e vedevano (come potevano essere casualità tutti quegli episodi?), ma nessuno avrebbe dovuto parlare e, neanche, mimare. Il Parma lo cede alla Lazio, alla Lazio non lo fanno più giocare eppure... ne vogliamo parlare? E’ un centrocampista della nazionale, è forse un po’ discontinuo, ma sa il fatto suo. Finisce di giocare anche con la Nazionale, le due giornate di squalifica si sono trasformate in un esilio perpetuo. Si trasferisce in Inghilterra, poi torna in Italia, nell’Ancona. Ed è proprio durante la partita Ancona-Parma che l’incontro. Più bello di come lo immaginavo, alto, con i genitori e il telefono incollato all’orecchio che il bambino sta male. Sì, perché intanto ha sposato Maria Teresa di “Non è la Rai” e, con lei, ha avuto due bambini. La foto di quel giorno al Tardini campeggia sulla mia scrivania. 
Forse è quel giorno che ho smesso di essere adolescente, contrariamente a quello che dice qualcuno, nel momento in cui il mio sogno di ragazzina s’è avverato. Da quel momento in poi ho cominciato a desiderare, soffiando sulle candeline, solo di essere felice.
Poi Dino lascia. Basta. 2 anni fa chiude col calcio, a soli 34 anni. Se ne sta in famiglia, se ne torna nel suo Veneto.
Io cresco e navigo in internet e leggo i giornali, anche quelli on line. E’ su www.corriere.it che lo vedo, una settimana fa circa. E quasi non ci credo. Dino è tornato a giocare. In terza categoria, nel Tombolo, la squadra del suo paese. Lo fa per tenersi in allenamento, per un favore al suo primo allenatore, per divertirsi, perché il calcio è passione non business. E il calcio “vero”, quello della Serie A, non lo segue più: Calciopoli è arrivato in ritardo. Niente commenti allucinanti durante le partite, niente presenze ingombranti a Controcampo, niente marche di vestiti, né ristoranti. Partite in un campetto di terza categoria. Solo partite in casa, così può stare vicino alla famiglia.
Alla fine è questo quello che conta.

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