martedì 28 febbraio 2012

Come Dio Comanda - Pseudocensione Revival

Era il 5 Luglio 2007 quando finii di leggere Come Dio Comanda di Ammaniti.Ancora oggi, quando ne vedo una copia in libreria, mi viene l'impulso di comprarlo, anche se ce l'ho già, anche se l'ho già letto. Ecco quel che ne pensavo quasi cinque anni fa.



Scolarsi 495 pagine in meno di tre giorni e non sentirle. O meglio, sentirsele addosso, tutte quante, non come un’ubriacatura, ma come tatuaggi. Impresse sulla pelle e nella mente.
Niccolò Ammaniti è al suo quarto romanzo: “Come Dio Comanda”.  Ha costruito l’ennesima storia di tragica normalità nella provincia italiana. La provincia italiana genera mostri. E a farne le spese sono, ancora una volta, dopo “Io non ho paura”, i bambini. Bambini intrappolati in vite distrutte, in famiglie a pezzi, in pianure e campi che inghiottono i pensieri e centri commerciali e fabbriche che si mangiano gli adulti. Personaggi indelebili, stampati su pagine che non sono mai troppe per raccontare la solitudine del mondo, la tristezza delle persone. Protagonisti delineati con dovizia di particolari, vivi, le loro voci che pulsano attraverso le righe. Uomini distrutti dall’alcool e dalle fantasie ma ancora di più da un’Italia troppo misera da sopportare, dove un lavoro decente è un miraggio e nessuno ti dà una mano a rialzarti se sei caduto nel fango. Quel fango che si stende per tutta la narrazione grazie ad una pioggia mai benefica. Piove sulle teste di Rino, Cristiano, Corrado e Danilo. Piove così tanto che non distinguono più la strada e finiscono per sbagliare. Ma se Rino, Corrado e Danilo sono adulti, anche se non sempre capaci di intendere e volere, Cristiano è solo un dodicenne cui è stato tolto tutto: persino il cuore.
E chi un cuore lo ha ancora, leggerà d’un fiato l’enorme tomo e magari si commuoverà anche perché non riuscirà a vedere nessun sole dietro le nuvole scure che hanno vomitato acqua per due terribili giorni. Vorresti aiutarli e non puoi e quando ti accorgi che quello che stai leggendo è un libro del terrore, non puoi fare più nulla per tirarti fuori. Ci sei dentro fino al collo e non l’hai mai saputo. O forse hai solo preferito non saperlo.

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