domenica 29 gennaio 2012

Twitter Trend 29/1/2012 - #Scalfaro

Alle 16.20 circa di oggi, domenica 29 gennaio 2012, il "primo" Trend di Twitter è #Scalfaro. Il Presidente emerito della Repubblica Italiana si è, infatti, spento nella notte a Roma all'età di 92 anni. Il web saluta quindi Oscar Luigi Scalfaro e lo fa partendo da grandi nomi del giornalismo italiano (Ferruccio De Bortoli da un semplice addio), passando per politici come Matteo Renzi, che manda un pensiero, fino ad arrivare a chi, con sincerità, ammette che non lo hai mai amato. Come Darwinstapensando, che scrive:  oggi è scomparso quello che, secondo me, è stato il peggior presidente della repubblica che la mia esistenza ricordi.
Io di Scalfaro non ho molti ricordi, non saprei dire se è stato un buon presidente oppure no. Ricordo solo la situazione che lo fece eleggere. E il mio tweet è proprio su questo: Non ricordo molto di , solo il momento storico dell'elezione.  era morto da poco e serviva che il Parlamento s'accordasse

sabato 28 gennaio 2012

L'uomo dai capelli di cotone - Revival

Era il 24 maggio 2007:



L’uomo dai capelli color cotone siede davanti alla tv. Le tapparelle sono chiuse, tanto l’uomo non vedrebbe la luce. La sua poltrona è vecchia e consunta e se tocca una leva rischia di ribaltarsi. Ha una giacca di cotone grezzo color castagna, una bottiglia d’acqua sul tavolo vicino, un bastone poggiato sul bracciolo. La tv rimane sempre sullo stesso canale e resta accesa anche la notte, così che l’uomo possa illudersi di avere una compagnia. La casa è pulita e a un occhio attento non sfuggirebbe qualche timido raggio di sole che s’infila tra le fessure della finestra, pur senza essere mai stato invitato. Un occhio vigile vedrebbe anche la polvere sottile che i raggi sembrano portare con sé.

L’uomo dai capelli color cotone aspetta che arrivi sua figlia. Margherita ha quarant’anni e una famiglia sua. Ha un lavoro, ma l’uomo non ha idea di quale sia. La figlia arriva ogni giorno alle 19, apre la porta con le sue chiavi e non saluta entrando. L’uomo la sente trafficare in cucina per alcuni minuti, poi avverte i suoi passi un po’ strascicati avvicinarsi e la chiama:
- Margherì, sei tu?
- Sì, babbo, sono io. Ti ho portato la cena.
L’uomo si avvicina al tavolo trascinandosi la poltrona, facendo attenzione a non toccare la leva malefica che lo potrebbe far ribaltare, e inizia a mangiare. Mangia veloce perché sente la presenza silenziosa della figlia sulla porta, che aspetta e si scoccia e batte i polpastrelli sulla coscia o sul muro e ogni tanto sbuffa. L’uomo mangia veloce e non si ricorda mai cos’ha mangiato. Quando il piatto è vuoto, Margherita lo porta in cucina. Poi lo aiuta a lavarsi, a vestirsi per la notte e lo mette a letto. Gli sistema i cuscini dietro le spalle e la nuca, accende il secondo televisore su Raiuno e lo lascia lì.

L’uomo sa che la figlia arriva quando “L’eredità” è già iniziata. Quindi non è ancora il momento. L’uomo pensa, intanto. Pensa soprattutto a sua moglie, che non c’è più da cinque anni, e a quanto parlasse quando c’era lei. A quante cose stupide le diceva e alle altrettante che gli toccava ascoltare. Si ricorda il profumo dei suoi vestiti e delle sue mani quando lo portavano a letto, sul tardi, o venivano a cambiargli canale. Pensa che questo silenzio gli permette di riposare, anche se non ne può più di stare in pace.

- Dove sei stato? Dimmelo! – urla una voce nell’appartamento accanto. L’uomo dai capelli di cotone sobbalza. Le mura sono così sottili che può sentire tutto.
- Che ti urli!? – risponde una voce maschile mentre una porta sbatte.
- Sono due ore che ti cerco e ti aspetto! Ti ho telefonato al cellulare e non rispondi mai... ho persino provato a chiamare tua madre! Dove diavolo sei stato? – la voce femminile rincara la dose e il volume.
- In palestra – risponde candido lui, così piano che quasi non si sente.
- In Palestra? Per più di due ore? Ma lo sai che ti aspettavo? – si sente trascinare una sedia e poi un tonfo.
- Me ne sono scordato e che palle che sei! – ora anche la voce maschile è salita di tono. – Ero in palestra e non c’era campo!
- Sei un bugiardo, uno stupido bugiardo! Ti ho telefonato e il cellulare squillava... Il campo c’era e come! Ma che ti credi, che sia una cretina? – la donna fa una pausa giusto il tempo di riprendere fiato – Anzi sì, sono proprio una cretina a stare con uno come te!

L’uomo con i capelli di cotone ha sentito abbastanza. Afferra il bastone e fa per picchiare sul muro comunicante: due colpi se è d’accordo con lei, uno solo se ha ragione lui.

venerdì 27 gennaio 2012

Tutto l'amore del mondo

Come fai a dire che ami una persona, quando al mondo ci sono migliaia di persone che potresti amare di più, se solo le incontrassi? Il fatto è che non le incontri. (Charles Bukowski)


E, comunque, al mondo non ci si ama sempre allo stesso modo. Culture diverse si esplicitano anche in modi diversi di amarsi e di dimostrarsi l'amore. Da un articolo che ho letto su Focus di questo mese, ho scoperto che in Kenya la donna mostra il suo amore regalando una zucca piena di vino di palma e, se è ricambiata, riceve in cambio una focaccia di miglio. In Galles, ci si regala cucchiai di legno. Mi chiedo se questo abbia a che fare con il rugby. Prove fisiche sono richieste in molti posti, come in Brasile, dove gli uomini devono sottoporsi a una corsa di 6 km con un tronco di legno sulle spalle. 
Ma quel che più mi fa riflettere è l'usanza dei Wodaabe, in Niger, che mi riporta, in qualche modo, alla frase di Bukowski. Gli uomini Woodabe, infatti, durante una festa della durata di 7 giorni, si vestono di colori sgargianti e si lanciano in gare di ballo davanti agli occhi indagatori delle donne che devono, sulla base delle loro performance, sceglierli. E qui mi chiedo, se io e Michele fossimo nati e vissuti in Niger, dopo averlo visto ballare, lo avrei veramente scelto?

domenica 22 gennaio 2012

Revival e pseudocensione: La città proibita

Dal 19 Maggio 2007 la pseudo-recensione del film "La città proibita":



Il nuovo film di Zhang Yimou, in cui il regista torna a lavorare con Gong Li, è ambientato nella Cina Imperiale. E' la storia di un Imperatore insensibile, di sua moglie che trama (e trema) per togliergli il potere, dei loro tre figli che sembrano amare i genitori più di ogni cosa e di tutta la vasta e cerimoniosa umanità che li circonda.
E' un film pieno di colore, dove quest'ultimo può assumere un doppio significato: da una parte, prova a nascondere, coprendoli di tinte forti, il dolore e l'infelicità che si annidano nei cuori di ognuno dei personaggi; dall'altra, serve a far nascere il contrasto: più i colori sono forti e limpidi, più si nota quanto siano buie le vite dei protagonisti.

Come direbbe De Gregori, "la guerra è bella, anche se fa male" e, in effetti, le immagini dei combattimenti sono di una bellezza devastante. La lotta diventa danza, poi teatralità, poi incastro di colori. La gestualità regna sovrana in immagini che non hanno bisogno di parole.

E il film finisce come altrimenti non poteva, festeggiando il nulla che nessuno ha voglia di celebrare.

sabato 21 gennaio 2012

La foto del giorno n. 7 - Binario triste e solitario

Foto n. 7. Binario triste e solitario
Roma, Stazione di San Pietro, alle 6 della sera. I treni sono in ritardo, alcuni soppressi. Un treno in sosta al binario 4. Un ragazzo guarda fuori dal finestrino. Una donna sta leggendo per ingannare il tempo, ma è il tempo è furbo e l'inganno le si ritorce contro.

lunedì 16 gennaio 2012

Twitter Trend 16/01/2012 - #Cammarata

E' un giorno sulla cresta dell'onda per la Sicilia: tra le dimissioni di Cammarata e lo sciopero dei Forconi, della mia bella isola si parla assai in rete. Ma mentre il movimento dei Forconi non è un trend di Twitter alle 21.45 circa, #Cammarata lo è eccome. Dell'ormai ex sindaco di Palermo si parla parecchio e, a un primo sguardo, mi pare di capire che nessuno lo rimpiange particolarmente. Giulio Di Chiara scrive, giustamente, che le dimissioni non hanno destato tanto stupore: Palermo era abituata a essere senza sindaco. L'attore Corrado Fortuna, ritwittato per ben 33 volte, scrive: "cammarata, lascio per amore della città. la città: ma chi ti conosce", mentre c'è chi inneggia a Santa Rosalia. Per quel che mi riguarda, posso solo riportare l'impressione che ho avuto da lontano: la città aveva bisogno di un sindaco presente, con capacità di problem solving, non di qualcuno che la affondasse ancora di più. E, anche in questo caso, sono parecchie, su Twitter, le similitudini tra Cammarata che lascia Palermo in un momento difficile e il comandante della nave Costa, che sta affondando al largo dell'Isola del Giglio, che ha abbandonato il suo posto a bordo.
Il mio tweet, però, riprende quanto detto in precedenza sul movimento dei Forconi: "Dimissioni di Cammarata e sciopero dei #Forconi: della Sicilia si parla assai in rete. Ma Forconi non è un TT, mentre #Cammarata sì: perché?". Vi farò sapere se e cosa il popolo di Twitter risponderà.

domenica 15 gennaio 2012

Bobo Vieri - Revival 9

Era il 7 maggio 2007 quando scrissi un post su Bobo Vieri. A distanza di quasi 5 anni, di Bobo Vieri si torna a parlare non soltanto per chiacchiere da gossip. Infatti, dopo le vicende raccontate nel mio post, le notizie che riguardavano Bobo dicevano che giocava a carte nei tornei di Texas Hold'Em e che, coinvolto in una rissa, si era ritrovato con un morso sul naso quest'estate, a causa di una ragazza. Adesso, invece, si parla di lui come di uno dei protagonisti del cast di "Ballando con le Stelle", il programma del sabato sera di Raiuno. Vieri balla con Natalia Titova, compagna di Massimiliano Rosolino. E al momento è ancora in gara. Che sia questa la sua strada?


In una giornata come questa, quando mancano poche ore al derby della Madunina, un revival del genere ci sta tutto. Inudile dire che il match di stasera a San Siro spero finisca come la partita di cui parlo nel post sotto...


Lunedì 7 maggio 2007

Bobo Vieri ha sempre sbagliato i tempi. Non ne ha mai indovinato uno.

Ha lasciato l’Inter quando tutti i tifosi lo amavano, per andare al Milan. Nessuno gliel’ha perdonata. Forse neanche quelli del Milan, perché quando è arrivato di là, e alle righe azzurre ha sostituito quelle rosse, era solo l’ombra sbiadita di Bobogol.
Ha sbagliato il tempo quando nel derby, ormai nel recupero, non è saltato per contrastare Adriano, che ha segnato e fatto vincere la partita all’Inter. E’ diventato uno zimbello.
Ha sbagliato quando ad una velina, Elisabetta Canalis, ne ha sostituita un’altra, Melissa Satta, molto somigliante alla prima, ma meno interessante. 
Ha sbagliato quando ha scritto sul forum dei tifosi della Samp che voleva giocare a Genova, dopo la deludente parentesi al Monaco (che seguiva quella altrettanto deludente nel Milan). Dopo pochi giorni si è pentito, è tornato sui suoi passi, ha stralciato il contratto. Voleva andare sull’Isola dei Famosi. E non l’hanno voluto neanche lì o almeno così scrissero i giornali. Finì all’Atalanta, con un ingaggio basso e un infortunio lungo due operazioni ed un anno di fisioterapia.
Perse il tempo anche quando gli rubarono l’orologio, mentre stava seduto in auto, quell’auto che aveva comprato per sostituire quella che gli avevano rubato.
Ora è tornato e ieri ha segnato un gol strano, da 36 metri. Ma non era contento.
Alle interviste, un tempo, si presentava sorridente e scherzoso ( fatta eccezione per la sfuriata coi giornalisti in Nazionale: “Io sono più uomo di tutti voi!”). Ieri, si è presentato serio, compito, felice sì del gol appena fatto, ma con una punta di malinconia. Non risponde più alle battute, non ride neanche. Ha un’ombra negli occhi e forse anche sul cuore.

Forse non gli manca niente, o forse gli manca tutto.

venerdì 13 gennaio 2012

La foto del giorno n. 6 - Il Cupolone

Foto n. 6 . Il Cupolone
Potresti quasi non notarlo, quasi nascosto tra i rami e i tetti. Ma c'è e si sente, oltre che si vede.

mercoledì 11 gennaio 2012

In loving memory of Fabrizio De André

Non mi ricordo nulla del giorno in cui è morto Fabrizio De André. Avevo 16 anni e lo conoscevo già bene, ma ho rimosso il momento della sua morte, quell'undici gennaio di 13 anni fa. Mi ricordo della morte di Lucio Battisti e persino di Tognazzi mentre, per quanto mi sforzi, non riesco a focalizzare dov'ero quando se n'è andato Faber, né come l'ho saputo o quando.


Avrei voluto poterlo vedere dal vivo. Avrei voluto qualche altro disco, forte del fatto che gli ultimi album non avevano nulla da invidiare a quelli della giovinezza (cosa che non può dirsi di altri autori tutt'ora in voga).


Ora che non c'è più, spero che avverta in qualche modo quanto quel che ha lasciato ancora mi (ci) emoziona.


Lo ricordo a me stessa e a voi tutti con la mia canzone preferita, che è come fosse l'intera trilogia di Eragon: Geordie.


domenica 8 gennaio 2012

La foto del giorno n. 5 - ROMAnticamente

Foto n. 5: ROMAnticamente
Roma, un sabato pomeriggio. Il giardino degli aranci fa da cornice al bacio di due innamorati. Da quanto tempo stanno insieme? Come si sono conosciuti? Proviamo a immaginare...

sabato 7 gennaio 2012

Meno male che ci sei: la storia - Revival 8

La storia, non la trama, di "Meno Male che ci sei". Di come l'ho incontrato, letto, di quanto mi è piaciuto. Mettendo insieme i post del mio vecchio blog che parlano di questo libro di Maria Daniela Raineri e, anche, del film che ne è stato tratto.


Sabato 5 maggio 2007

Ieri sono passata dalla biblioteca comunale, in Viale Tibaldi, a Milano. Sul banchetto c'è il manifestino di un'iniziativa in collaborazione con la casa editrice Sperling & Kupfer. Si tratta della possibilità, per gli utenti della biblioteca, di leggere in anteprima alcuni dei libri della casa editrice in questione (più altre minori tipo Frassinelli) e dare un proprio parere.
Così mi sono trovata con in mano una copia di un libro non ancora edito, rilegato come una brutta dispensa universitaria, da leggere prima di qualsiasi altro comune lettore in Italia. Non so come spiegarlo, ma ero emozionata. Come avessi avuto un piccolo tesoro fra le mani. E ho iniziato subito a leggerlo. Ed è divertentissimo.

Domenica 17 giugno 2007
Ieri sono stata per la prima volta alla nuova libreria Mondadori di Piazza Duomo. Cercavo un libro in particolare: "Senza tette non c'è paradiso", per consolarmi con il pensiero di un'eternità migliore dall'ingombrante problema di non riuscire a trovare nessuna camicia che resti chiusa. L'ho trovato e poi un altro libro ha attratto la mia attenzione. Copertina fucsia, alto alto. E' lui. Lo riconosco. E' il libro che ho avuto il piacere e l'onore di leggere in anteprima, qualche tempo fa. Si chiama "Meno male che ci sei" e l'autrice, Maria Daniela Raineri, sceneggiatrice tv, è al suo primo romanzo. Ho provato tenerezza a prenderlo tra le mani, adesso che è edito. Come un bambino che hai visto appena nato e poi lo rivedi per caso quando fa le elementari. Mi sono sentita privilegiata e anche orgogliosa per averlo visto ancora in fasce. Ora che è in libreria, io vi consiglio di leggerlo (costa 16,50, su bol 13,20), se volete passare qualche serata serena, con un libro ben scritto ed una storia spesso divertente.
Io, invece, ora spengo il pc e inizio a leggere "Senza tette..." e poi vi farò sapere.  

Mercoledì 21 ottobre 2009
L'ho visto nascere. Ce l'avevo tra le mani ancora in fasce. Me lo sono goduto e l'ho amato e ho provato una tenerezza immensa quando l'ho visto per la prima volta in libreria. Sto parlando del libro "Meno male che ci sei", opera prima di Maria Daniela Raineri. Insomma, io a questo libro sono affezionata.
Ieri, per caso, non so più dire come, navigando su internet, ho scoperto che il 27 novembre sarà nelle sale il flm tratto da questo romanzo. Sono arrivata a questoarticolo e ho dato un'occhiata al trailer, curiosissima. E sono rimasta un po' delusa. Perché non è esattamente come me l'aspettavo. L'attrice protagonista sembra più adulta dei suoi 15 anni, Claudia Gerini in generale non mi piace molto e certo mi sembra lontana anni luce dalla descrizione libresca di Luisa. Una sola nota positiva: c'è Guido Caprino che, quello, sta bene ovunque lo metti.
Mi riservo comunque di vederlo, prima di affermare con convinzione che il cinema ha distrutto un altro libro da me molto amato.


Mercoledì 25 novembre 2009
Vi avevo detto che volevo vederlo. E l'ho visto. In anteprima, grazie a Tu Style all'UCI Marconi (2 km da casa, ma per arrivarci, grazie ai potenti mezzi pubblici romani e alla presenza del vertice FAO ci abbiamo messo quasi 45 minuti). Sono contenta di essere riuscita a vederlo prima che presentazioni, trailer, anticipazioni inondassero troppo i vari canali televisivi, togliendomi un po' la sorpresa.

Per me, il libro rimane la cosa più bella. Non c'è verso, il senso d’affetto che provo nei confronti di quest’opera letteraria è troppo forte. Ma devo annunciare che, grazie alla sceneggiatura della stessa scrittrice, Maria Daniela Raineri, il film rimane fedele, non tradisce mai le sue origini. Per fortuna, non mi delude. Divertente in alcuni punti, commovente in altri (anche stavolta ho pianto al cinema, con l'avanzare dell'età sto peggiorando, riesco a trattenermi sempre meno).
Le protagoniste femminili sono tutte molto brave; mi è piaciuta persino Claudia Gerini, che solitamente non amo molto. Allegra non è bella come la immaginavo e non ha nemmeno la faccia pulita da adolescente, sembra già adulta, come se sin dall'inizio sapesse cosa le sta per succedere. Le amiche della Gerini sono, invece, favolose, perfette.
Gli uomini? Non ci fanno una bella figura. Solo Gabriele, il ragazzo di Allegra, guadagna punti. Gli altri uomini, dal padre di Allegra a Giovanni (Guido Caprino è da togliere il fiato), sono tutti stronzi, immaturi e inutili. Non ricordavo, nel libro, una connotazione così negativa dell'universo maschile (il simpatico sesso forte che è forte solo con il sesso debole). Nel dare un giudizio nei confronti degli uomini, il film è molto più diretto e crudele.
Sostengono che sia un film per ragazzine. Non sono d'accordo. E' un film per donne giovani e adulte che sanno di poter contare solo su se stesse e per qualche maschietto (giovane o adulto) in grado di vedersi riflesso senza rimanerci troppo male.


venerdì 6 gennaio 2012

Web e democrazia. Le paure dell’Occidente e l’Italia che difende i segreti di Carlo Ruta

Con piacere pubblico l'ultimo lavoro di Carlo Ruta su web e democrazia. Buona lettura!


Il web ha fatto presto a divenire un bisogno radicale, avendo intercettato una motivazione profonda, che è quella di esprimersi, relazionarsi in modo complesso e, soprattutto, interagire con il mondo. In questo senso, ha democratizzato i processi della comunicazione. È nell’ordine delle cose allora che si cerchi di limitarlo e controllarlo. Ma chi ha paura di internet? Le cronache degli ultimi anni hanno documentato repressioni plateali in Birmania, nella Cina Popolare, in Iran, in altri paesi. È comprovato poi il contributo che i social network hanno offerto, fino ad oggi, alle lotte per la democrazia, aiutando a rompere l’isolamento e a coordinare i progetti di resistenza. È quanto sta accadendo in diversi paesi arabi, dal Maghreb al Medio Oriente. La prima lezione che viene dai fatti chiarisce allora che il nesso tra web e democrazia è fondamentale. La questione è tuttavia complessa, perché le realtà appena citate rappresentano il limite estremo, mentre misure di controllo sofisticate vengono tentate nei paesi liberal, dove la rete rischia di finire in rotte di collisione con i poteri più forti della terra.
La vicenda di Wikileaks, l’organizzazione che ha svelato la guerra in Afghanistan, alcune stragi di civili in Iraq e i «punti di vista» della diplomazia statunitense nel mondo, dimostra che si è già alle scaramucce. L’establishment americano, come è noto, ha reagito con stizza. Il Pentagono ha definito la pubblicazione di 250mila cablogrammi delle ambasciate «un tentativo irresponsabile di destabilizzare la sicurezza globale». E le invettive sono state concomitanti con alcuni fatti. Julian Assange, l’attivista più noto della rete informativa, subito dopo la pubblicazione dei messaggi diplomatici, è stato arrestato, su disposizione di magistrati svedesi, per un reato disonorevole. In poco tempo ha subito il prosciugamento dei conti bancari su scala planetaria, come avviene nei casi di famigerati terroristi internazionali. Non solo: secondo i suoi avvocati, negli USA si starebbe lavorando in sordina perché possa essere incriminato per spionaggio, reato che viene punito con lunghe pene detentive. Non è detto che si voglia e si possa arrivare a questo. Sarebbe un fatto dirompente, che potrebbe risultare un boomerang per gli Stati Uniti, tenuto conto peraltro che una sentenza del 2010 della Corte Suprema americana ha sancito la liceità della pubblicazione di documenti segreti del Pentagono da parte di Wikileaks. È più verosimile allora che si tratti solo di una minaccia. Il clima comunque non è sereno e tende a peggiorare, mentre sullo sfondo di Wall Street esordisce la rivolta degli indignados americani. Nella prefazione a un libro uscito di recente, Dossier WikiLeaks. Segreti italiani, firmato da Stefania Maurizi, Assange parla di opinionisti della Fox che senza mezzi termini avrebbero invitano gli ascoltatori a ucciderlo. Potrebbe trattarsi di esagerazioni, di parole buttate lì, in contesti poco significativi. In ogni caso, diversi segnali attestano che la reazione in America è già in atto. È possibile allora un nuovo maccartismo, a tempo di internet?
La domanda è in fondo retorica, perché a conti fatti l’America, almeno su alcune linee strategiche, in particolare quella della «sicurezza nazionale», è rimasta fedele alla sua storia recente. Il paese che, infiammato dal Patriot Act, ha gestito per anni, e gestisce verosimilmente ancora oggi, il campo di Guantànamo non è lontano da quello che portò sulla sedia elettrica Julius ed Ethel Rosenberg. Questa America, fedele appunto a sé stessa, inizia a temere il web mentre ostenta di sostenerlo, e, da gendarme della terra, minaccia di reprimerlo quando occorre, in casa, a Stoccolma, ovunque sia necessario. Con quali giustificazioni? Al tempo dei Rosenberg, fino a tutti gli anni Ottanta, era facile esibire l’alibi della guerra fredda. Adesso le cose sono cambiate. Non si può sbandierare l’esistenza di una potenza nemica che minaccia con il proprio arsenale atomico il mondo cosiddetto libero. Wikileaks e le altre realtà del web che rivendicano la trasparenza della politica, non sono nelle mani del terrorismo islamico, né sono uno strumento d’assalto degli Stati outlaws, né un congegno subdolo della Cina, che insidia oggi, con ben altri mezzi, il primato economico mondiale degli States. I modi, più o meno travisati, con cui si cerca di colpire alcuni livelli della nuova informazione, rappresentati come «crimine oggettivo», meritano di essere considerati allora con attenzione.
Non si tratta, a ben vedere, di una questione contingente. Il web del presente crea apprensioni, ma tanto più suscita timori quello che si annuncia, di cui Wikileaks ha offerto fino a oggi solo un trailer, una sorta di anteprima. Il contrasto degli Stati e dei poteri forti può essere considerato in questo senso di livello preventivo. E la «prevenzione» è, guarda caso, il paradigma dei conflitti di oggi. La sfida della trasparenza non costituisce, ovviamente, una scoperta, né una prerogativa del web. Conta su una cultura, su una tradizione lunga, che nel secondo Novecento ha conosciuto proprio negli States momenti epici, soprattutto negli anni di Richard Nixon. Gli americani cominciarono a perdere per davvero la guerra del Vietnam nel 1971, quando, in piena escalation militare, il New York Times iniziò a pubblicare i documenti segreti del Pentagono, i Pentagon papers, sulle operazioni in Indocina dal dopoguerra al 1967. Gran parte dell’opinione pubblica statunitense si convinse a quel punto che si trattava di un affare sconveniente. Rimase sorpresa. Riuscì pure a indignarsi, perché non era stata sufficientemente informata su come andavano le cose. Più di quanto fosse avvenuto negli anni precedenti, rivendicò quindi il ritorno a casa dei suoi marines. Alla fine, i falchi del Pentagono furono indotti a rivedere i loro piani. Arrivava poi, con l’emersione giudiziaria dell’affare Watergate, ancora sull’onda di rivelazioni giornalistiche, dalle colonne del New York Times e del Washington Post, il benservito per Nixon, dopo che aveva ricevuto con il segretario di Stato Kissinger il Nobel per la pace.
Era probabilmente il trionfo del «quarto potere». Ma con l’avvento di internet, e tanto più dopo l’avvento del web 2.0, che proprio adesso comincia a cedere però il passo al ben più sofisticato web semantico, la sfida della trasparenza, non intesa come optional ma come chiave di volta della democrazia, può fare balzi in avanti di livello esponenziale. Rischia di essere polverizzato, in particolare, il segreto di Stato, che, dilatatosi in modo abnorme negli anni della guerra fredda, nei sistemi liberaldemocratici è andato sostenendosi come una fatale necessità. Si può trarre da tutto questo una ulteriore conclusione. Il web, mentre espande la democrazia reale, mette alla prova i sistemi che si fregiano dell’appellativo liberal, potendone svelare con una efficacia inedita le illiberalità nascoste, le ipocrisie, gli affari fondamentali in ombra. Quale strumento di democrazia sostanziale, esso può costituire allora il tallone di Achille delle democrazie ufficiali, con implicazioni non indifferenti sotto vari profili. Ma come cambia, in dettaglio, la sfida della trasparenza dopo l’avvento del web?
Negli anni settanta, quando la stampa americana viveva il momento più esaltante, una rappresentazione paradigmatica, e problematica, del «quarto potere» veniva offerta dal film I tre giorni del Condor di Sidney Pollack, tratto da un romanzo di James Grady. Eccone la trama, in estrema sintesi. Prima di varcare l’ingresso del New York Times, l’agente della CIA Joe Turner, nome in codice «Condor, interpretato da Robert Redford, è scampato a diversi attentati. A volerlo morto è un apparato segretissimo, interno alla stessa Intelligence statunitense, che sta pianificando una guerra in America Latina per il controllo dei pozzi di petrolio e che sta eliminando uno dopo l’altro i testimoni scomodi, interni alla stessa organizzazione. Uno di questi è appunto il Condor, autore di un rapporto riservato, deciso a far saltare tutto, denunciando l’intrigo alla stampa libera. Egli ritiene sia questa la sua salvezza e, soprattutto, la salvezza morale del paese. Alla fine, braccato dai suoi datori di lavoro, Turner consegna il report al giornale, ma il film di Pollack chiude con un interrogativo. Appreso che il rapporto è finito nella redazione del quotidiano, il funzionario Higgins, che ha diretto sul terreno le operazioni omicide, gela il Condor con queste parole: «Ma sei sicuro che lo stampano? Dove arrivi se poi non lo stampano?».
Gli scenari adesso sono cambiati di gran lunga. Disponendo di un PC, l’attivista del web che rivendica, come il Condor degli anni settanta, la trasparenza politica non ha bisogno di attraversare uno spazio fisico, sobbarcandosi fatiche di livello mitologico, per varcare l’ingresso del New York Times. Attraverso la posta elettronica, i blog, you tube, twitter, facebook, e altro ancora, egli può comunicare con numeri altissimi di utenti, di tutti i continenti. Al «Condor» di oggi può bastare una banale connessione in rete per raggiungere con efficacia il suo scopo, mentre mette in discussione la verticalità del processo informativo. La deliberazione ultima non è demandata a un giornale, a un editore, dietro i quali può celarsi, appunto, un potere interessato. Viene assunta bensì, in tempi celerissimi, da un soggetto collettivo, che può finire con il coincidere in tutto e per tutto con l’opinione pubblica di un paese, o di un continente. E Wikileaks propone di questo modello il livello più radicale, raccogliendo informazioni top segret da ovunque per riversarle sull’intero pianeta. Parafrasando il Bogart de L’ultima minaccia, si può dire, con delle ragioni, «È il web, bellezza!», mentre va facendosi sempre più serrata la dialettica tra media vecchi e nuovi, fatta di sinergie e scambi costruttivi, ma pure di tensioni. Wikileaks ne offre ancora un saggio, prima con gli accordi siglati con il New York Times, il Guardian di Londra, il Pais spagnolo e lo Spiegel tedesco, poi con la clamorosa rottura. Alla fine, come è noto, ha deciso di trasferire centinaia di migliaia di documenti segreti in rete senza filtri di sorta. Ma un simile radicalismo, nel segno di una mitica trasparenza assoluta, è ancora coerente con un progetto di democrazia sostanziale o rischia contraccolpi pregiudizievoli alla stessa democrazia? È una questione aperta.
Il caso italiano, infine. Diversamente da altre realtà dell’Occidente, questo paese ha scoperto il web con qualche ritardo. Agli inizi, negli ultimi anni novanta, si è trattato soprattutto di un affare economico, condotto in modo strategico dagli ambiti della telefonia, allora in pieno exploit. Poi, intorno al Duemila, saggiate le facoltà del nuovo strumento, la scena è andata movimentandosi, tanto più quando si è compreso che il web poteva essere usato come acceleratore dei processi di aggregazione civile e politica. In questo decennio più di altri ne hanno beneficiato, non per caso, i movimenti di opposizione: agli esordi del decennio, i girotondi di Moretti, poi il partito di Antonio Di Pietro e il movimento di Beppe Grillo; più di recente, con il supporto di Facebook, le reti del Popolo Viola e gli indignados. Pure in Italia il web che più provoca timori è comunque quello che si profila all’orizzonte, di cui i blog e le testate on-line, come altrove, hanno offerto finora solo dei trailer.  
La Repubblica si porta dietro una lunga vicenda di trame, animata da ambienti politici di fede atlantica, servizi segreti «deviati», alti gradi militari, terroristi, faccendieri, mafie. Ne è uscito un blob di segreti che, di delitto in delitto, di strage in strage, ha finito per condizionare fino al paradosso la vita del paese. Come in Turchia, resiste uno Stato profondo che impedisce nei tribunali la ricerca della responsabilità, mentre rimane in auge la dietrologia dei «misteri» che, polverizzando le piste investigative, aiuta in realtà a mantenerli e a moltiplicarli. In definitiva, diversamente da quanto è avvenuto in altre aree del globo, in America Latina per esempio, dove per Fujimori, Videla, Pinochet, Montesinos e numerosi altri è arrivata la stagione dei rendiconti, in Italia non si è mai aperta una reale discontinuità. Fa testo, al riguardo, il processo ad Andreotti. E il compromesso regge, in fin dei conti, in piena era berlusconiana. È sintomatico che un dirigente storico della sinistra italiana, Massimo D’Alema, pur non imputabile di tale Stato profondo, ma convinto forse, per ragioni di real politik, che i conti con il passato non costituiscano più una priorità, né una necessità, sia stato eletto con un voto ampio e bipartisan capo del Copasir, il comitato parlamentare di controllo dei servizi di sicurezza. A fare il resto sono poi le condizioni del paese nel presente: la corruzione pubblica dilagante, la collusione della politica e dei poteri finanziari con le holding criminali, la violenza continuata agli ambienti naturali e alle città.
Tutto questo può aiutare a comprendere allora, in Italia, la condizione del web che fa informazione. Ai trailer, ai reportage e alle analisi negli ultimi anni hanno cercato di forzare il muro del segreto, in tutte le sue declinazioni, si è risposto talvolta in modo goffo e secco, con l’oscuramento di siti, la condanna di giornalisti-blogger in sede civile e penale, l’applicazione di leggi desuete. Ma si è operato soprattutto in chiave strategica, con tentativi continui di introdurre nuove regole, più o meno dirette. Le normative sollecitate dall’Agcom, formalmente per la tutela del diritto d’autore, come il recente ddl che vorrebbe imporre l’obbligo di rettifica su semplice richiesta di parti che si ritengono offese sono un po’ la sintesi di questo lavorio. Ed è storia di oggi.

giovedì 5 gennaio 2012

La foto del giorno n. 4 - Scorci di Sicilia

Foto n. 4: Scorci di Sicilia
Non c'è nulla di programmato, solo una luce particolare che ti colpisce, un bisogno di fermare il momento, di bloccare l'attimo. Scicli, il primo giorno del nuovo anno.

martedì 3 gennaio 2012

Pioggia - Revival 7

Era venerdì 4 maggio 2007 e a Milano pioveva.

Piove, ma in un modo che non sembra vero. Piove tanto, come nei film, e le gocce fanno i cerchietti per terra.
Piove che bisognerebbe guardare dalla finestra, con un bicchiere di whisky in mano ed un camino acceso alle spalle. O che bisognerebbe strusciarsi tra le lenzuola e le coperte, la tv accesa su un vecchio film in bianco e nero, la finestra aperta sulla luce grigia.
E’ un tempo da colazione a letto, con il tè caldo che ingrassa subito i biscotti e poi li sfalda, con la nutella appena spalmata sul pane tostato.
E’ un tempo da mani da riscaldare e piedi. Di abbracci e promesse e carezze.
E Maggio aspetterà.

lunedì 2 gennaio 2012

La foto del giorno n. 3 - Pioggia sui vetri

Foto del giorno n. 3 - Pioggia sui vetri
Cosa sta succedendo fuori dalla macchina? Quante macchine ci sono, quanti passanti con ombrello? E cosa si stanno raccontando le persone in attesa dentro l'auto? E cosa stanno aspettando? O, forse, chi?