venerdì 2 dicembre 2011

Revival 2 - Sui fatti di Catania, qualche anno dopo

Era da poco stato ucciso Raciti in un Catania-Palermo che aveva avuto più il sapore di una guerra che quello di un bel derby di Sicilia. Era il 17 febbraio 2007, quando scrivevo questo post, che sottoscrivo in tutto e per tutto, anche oggi:



Sul numero 7 di Vanity Fair, in edicola questa settimana, con in copertina un sempre più fascinoso Hugh Grant, si parla tanto dei fatti, anzi del fatto di Catania. Tra tutti, ho preferito un breve articolo di Claudio Fava.
Fava dice che "il problema di Catania...si chiama spertezza". Che da me si direbbe spirtizza. L'uomo "sperto" non é esperto, ma piuttosto furbo. Chi si sente "sperto", si sente superiore agli altri, capace di fare grandi cose e convinto di poter dimostare a tutti, con gesti più o meno plateali, di essere il migliore. Spirtizza é andare allo stadio a "sfottere" e sfidare i "sbirri" e poi farla franca. E' provare a farla franca anche se ci scappa il morto. Questi sperti, due venerdì fa, si nascondevano dietro alle sciarpe del Catania e giravano in branco. Da soli, si sentono un pò meno "sperti". Sono tifosi? Io non credo. Sono persone che hanno una vita che non va come vorrebbero, che si sentono controllati ed attaccati dalle forze dell'ordine, non protetti, che vogliono dimostrare al gruppo di essere forti e lo fanno allo stadio, dove possono trovare un'occasione per emergere.
Chiudere gli stadi? Che senso ha? A Roma lo stadio era a norma e i cretini hanno voltato le spalle, dopo aver fischiato, durante il minuto di silenzio. E siccome non si può impedire che si vada allo stadio, come si farà a gestire una massa di tifosi fuori dalle mura? Quando ci saranno fuori, per le partite importanti, migliaia di persone, come si potranno controllare?
Io amo il calcio e sono una tifosa. Per un periodo ho avuto anche l'abbonamento allo stadio. E mi sono sempre divertita, anche vicino ai tifosi "avversari". Io non riesco a pensare a un'Italia senza calcio. Può darsi che io dia troppa importanza a questo sport, ma è innegabile che un'importanza ce l'abbia. Soprattutto economica. Molte persone lavorano in quest'ambito; molti ragazzi, nelle categorie minori, arrotondano lo stipendio giocando la domenica. E c'è un indotto da non sottovalutare. I tifosi che si spostano pagano treni, aerei e alberghi; ci sono negozi e bancarelle che vendono il merchandising e qualcuno che lo produce, ci sono giornali che vendono e tv che trasmettono. Davvero vogliamo abolirlo?
Penso piuttosto che sia l'approccio che vada modificato. E in questo i mezzi di comunicazione potrebbero aiutare. Qualche settimana fa, mi è capitato di ascoltare in radio un programma sulla domenica di campionato. L'appello dei conduttori è stato, in breve, quello di fare polemica. Gli ascoltatori sono stati invitati a dire la loro e quasi a litigare. Perchè questo era il clima che i due speaker volevano creare. Settimana scorsa, alla ripresa del campionato dopo lo stop per lutto, in una trasmissione tv, un opinionista è stato fischiato. Il conduttore si è detto dispiaciuto per i fischi, ma almeno questo stava ad indicare come tutto fosse tornato alla normalità. Normalità. Fischiare qualcuno, al punto da coprirne le parole, é normalità e bisogna essere contenti di ritrovarla. Ecco il clima in cui vediamo e commentiamo il calcio. Perché la polemica fa notizia e fa scrivere e parlare di più e più a lungo. Fa comodo.
Io non ho la ricetta e l'unica cosa che posso fare é comportarmi correttamente nel mio piccolo, in questo momento, e scrivere qui, magari facendo riflettere qualcuno, creando un dibattito, ma non una polemica. Magari la ricetta potrebbe essere quella frase che Fiamma Satta, sempre su Vanity, riporta da un campo di gioco del rugby:
QUI SI TIFA PER LA PROPRIA SQUADRA E NON CONTRO.
Ma è anche vero che, con il tifo, quello vero, gli scontri di Catania non hanno nulla a che fare. Lì bisogna scavare più a fondo. E vedere perchè questi ragazzi hanno bisogno di sentirsi sperti e combattere contro i poliziotti.

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