sabato 23 agosto 2014

Ricordi stregati

“Smammare, smammare!” – aveva detto lo zio.
“A mare, a mare!” – avevano capito loro due. E senza pensarci due volte si erano infilate in acqua correndo e schizzando.
Era maggio. Il primo giorno. La notte di Valpurga era stata celebrata poche ore prima, quando il sole non era ancora sorto, con canti, balli e falò, le cui ceneri avevano colorato la sabbia fine e i piedi delle ragazzine. Questo aveva raccontato loro la zia, aggiungendo che ad accendere quei fuochi erano state le streghe, uscite dai loro rifugi per danzare in onore della luna. Il racconto non le aveva di certo spaventate, non erano più delle bambine, ma aveva lasciato in loro una certa ebbrezza e un pizzicore ai piedi che speravano di spegnere – insieme alle sostanze appiccicose contro le scottature- immergendosi.

L’estate non era arrivata, il calendario lo affermava con certezza. A guardarsi intorno, però, in quel primo giorno di maggio, di dubbi ne venivano, e pure molti: brezza leggera, caldo e anche un’acqua quasi tiepida. Diciamo pure fresca ma, nonostante questo, l’entusiasmo delle piccole non fu intaccato. Nemmeno la tortura delle apprensioni “ziesche”, ultima barriera tra loro e il divertimento, riuscì a fermarle mentre ridevano e avanzavano a grandi falcate nell’acqua verso l’infinito e oltre, ignorando qualche raccomandazione sull’ora dell’ultimo pasto a base di polpette e cotolette.
Passarono delle nuvole e le voci degli zii le chiamarono a raccolta, bisognava rientrare.

Tempo dopo, si sarebbero ricordate di quel primo maggio come interminabile, come se quella giornata non avesse avuto orari, con la spiaggia che le aveva assorbite completamente, la pelle che tirava facendosi scura e restituendo alle lingue curiose il sapore della salsedine. Negli anni, a quel ricordo aggiunsero un po’ di nostalgia, come piccole streghe che preparassero – con una serie d’ingredienti - una pozione magica per far tornare indietro l’infanzia. 

sabato 16 agosto 2014

Quando ti prende un colpo... di fulmine

796 anime, aveva letto su Wikipedia. Chissà se il conteggio era stato già aggiornato con l’uomo di cui stava scolpendo il nome. Si era portato dietro anche un manuale illustrato, non per consultarlo, soltanto per sentirsi più al sicuro. Che lavoro del cazzo, onestamente, dai. Aveva studiato all’Istituto d’Arte perché gli piaceva creare dal nulla delle sue idee. Aveva iniziato con l’argilla, poi aveva modellato il rame e aveva finito per appassionarsi al marmo. Era diventata quasi un’ossessione. Chi se lo sarebbe mai immaginato che quell’ossessione lo avrebbe condotto dritto dentro la tomba. Ovviamente solo in senso figurato, sperava. Era la seconda volta che faceva quel genere di lavoro: piegarsi sulla lapide e imprimere il nome di una persona che non era più tra i vivi. Non gli dispiaceva, comunque, lavorare nei cimiteri, soprattutto quando riempivano prati come quello, leggermente in pendenza, a corredo di una chiesa, come ne aveva visti prima solo nei film inglesi (o forse americani, non aveva mai capito la differenza). Quel pacifico silenzio gli rendeva semplice seguire il ritmo dello scalpello, lasciandogli lo spazio per pensare a tutte le storie lì dentro, seppellite insieme ai corpi, coronate di fiori. Lui poteva solo immaginarle e affiancare, nella sua mente, un busto di marmo a ognuno dei defunti. Sarebbero stati busti bellissimi, con il marmo che avrebbe scintillato al sole, come fosse sabbia fine, che avrebbe lasciato scivolare la pioggia e accolto la polvere.
L’intensità di questi pensieri non lo distoglieva dal lavoro. Lavorava sodo, come si usava dire, e faceva un gran lavoro. Fine, senza sbavature.

Dal lavoro lo distolse, a un certo punto, una voce vivissima, di donna. Lo aveva salutato. In piedi, oltre il recinto del piccolo camposanto, vestiva di rosso e portava al collo una macchina fotografica. Sorrideva, ma senza stridere con il luogo (che poi, chi lo dice che il cimitero deve per forza essere un posto triste? Non è un po’ come un’enorme libreria? Volumi e volumi di vite da celebrare, di opere buone compiute, di altre vite create). Lei mosse la mano come i bambini per fare ciao ciao. Lui la vide, ne rimase impressionato. Non riuscì a fare ciao ciao con la mano a sua volta. Gli attrezzi gli sembrò che, improvvisamente, acquisissero peso. Gli parve, anche, che piovesse, perché la pelle iniziò a pizzicargli come punta da miriadi di sottili gocce d’acqua che lo fecero rabbrividire ma, quando volse il viso al cielo, il sole era alto e limpido. Non rispose al saluto. Credette di farle un sorriso e lei come tale lo visse, ma era più un ghigno. Lei sollevò la reflex, se la portò davanti al viso, lo nascose, scattò, la riabbassò, sorrise un’altra volta scatenando un altro finto temporale su di lui, rifece ciao con la mano destra e lo lasciò lì, muto come una tomba.

martedì 12 agosto 2014

Sì, viaggiare

L’idea del viaggio era sempre lì. A portata di mano. Una piccola scialuppa cui aggrapparsi quando aveva la sensazione che la corrente lo avrebbe trascinato via. L’idea proiettava letti disfatti, spiagge scintillanti, chalet vintage, bibite fresche, istantanee, biciclette. L’idea si era costruita in molte notti insonni e giorni difficili, con incontri che avevano portato in dono mal di testa e nessun analgesico. In quelle ore, l’idea del viaggio era cresciuta, diventando una massa difficile da ignorare, che spingeva dietro gli occhi.
Alcune cose alimentavano l’idea: un poster pubblicitario, una turista in controluce con la sua reflex in mano, un accumulo di vecchie valigie, bauli, borsoni. Si sentiva anche sorridere, quando incrociava questi “segnali” sul suo cammino. Aveva deciso di tenere una lista di tutti i segnali che l’universo gli spediva per indurlo a mettere lo zaino in spalla e un biglietto in tasca per qualsiasi destinazione non avesse ancora visto. All’inizio, si era detto che, al raggiungimento di venti segnali, sarebbe dovuto partire.
Sotto a un cielo di un blu osceno, un racconto di viaggio capitatogli in mano per caso gli fece raggiungere i venti segnali. Erano tutti lì, ordinati, in fila. Ma lui non partì. C’era una scadenza a lavoro che gli faceva troppa ombra. E venti segnali sono pochi, ce ne vogliono almeno cinquanta.
Si fecero cinquanta. Sembravano guardarlo dalle pagine della Moleskine comprata durante un viaggio morto ormai. Ma lui non partì. C’era una spesa imprevista che gli gravava sulla testa. E cinquanta segnali sono pochi, devono essere almeno settantacinque.
Divennero settantacinque. Non sapevano più aspettare. Le ‘codine’ delle ‘a’ sembravano vibrare sulle righe. Ma lui non partì. C’era una malattia che gli stava portando via qualcuno che, quando era piccolo, gli teneva molto stretta la mano. E settantacinque segnali sono pochi, devono essere almeno cento.
Un giorno la penna dovette scrivere 1-0-0. La pagina sembrava pulsare, era piena di attese, di bisogno, di voglia di andare, ma senza fuggire. Ma lui non partì. C’era un senso di colpa ben composto che lo aspettava seduto sulla soglia di casa. E cento segnali sono pochi, ne servono almeno 200.

La lista si fermò a 113. La Moleskine gli fu rubata in un giorno di umidità cadente, con le strade che sembravano sfrigolare e sfaldarsi. Gli fu rubata insieme a molto altro, inclusa la possibilità di viaggiare.

lunedì 11 agosto 2014

L'argilla e il bambù

Quando si conobbero, non era per niente scontato che finisse così. Lui, con la sua prosopopea, le era stato subito molto antipatico. Gli occhi azzurri che guizzavano da un lato all’altro del tavolo, come a voler registrare ogni singolo dettaglio, come a impicciarsi, ecco cos’aveva pensato lei. E lei aveva tirato fuori la sua maschera migliore, quella di creta dura, facile, però, a sgretolarsi. L’aveva indossata tutta la sera e, anche quando sua cugina le aveva chiesto “Ti piace Alberto?”, lei era rimasta sulle sue, con le unghie infilate nelle crepe dell’argilla. Giorni dopo, le crepe erano diventate burroni. Quando rivide i suoi occhi azzurri e se li trovò dritti dentro ai suoi, pensò che forse non sarebbe poi stato un male se avesse voluto impicciarsi di lei, guardarle nelle pieghe dei ricordi, sondare i sedimenti di una vita. Lo lasciò fare. Ascoltò tutto quello che lui aveva da dirle e la prosopopea diventò un dettaglio, piccolo e sfocato, di una fotografia in bianco e nero.

mercoledì 15 maggio 2013

mercoledì 8 maggio 2013